Il Commissario Chepì e altri racconti

Era un ottantenne in discreta forma fisica quello che il commissario Chepì si trovava di fronte. Bruno, nella foto in bianco e nero della patente del '63; castano, c'era scritto. Quell'immagine aveva attraversato indenne decenni di rinnovi sul documento piegato a fisarmonica, mentre il titolare sottostava al naturale incanutimento; il principio di calvizie di allora lasciava oggi scoperta un'intera cupola, mentre solo al disotto, sui lati e sulla nuca, persisteva un velluto candido, corto; spazzolato.

«Si sieda, signor Numana», esordì conciliante il commissario, «e mi racconti: in che modo c'entra lei con questa vicenda? Che cosa ne sa?»

«Non c'entro affatto, commissario, e ne so davvero poco», fece l'uomo, il quale, benché certo di coltivare, per lo più, pensieri moderni, stava inconsapevolmente ammiccando benevolo e paterno e sorpreso all'indirizzo del vicequestore aggiunto, commissario capo Donata Chepì: Numana era senz'altro abituato a trovare personale femminile tra le forze dell'ordine, ma quella mattina, entrando al commissariato di San Giovanni, non era preparato a imbattersi in un funzionario donna di alta carica. Nondimeno, se ne compiacque e ora gli piaceva di stare là a conferire con la giovane e gradevole tutrice dell'ordine. «Non ne so nulla, oltre al poco che ho già avuto modo di riferire ai suoi uomini, dottoressa. A ogni modo, visto che me lo chiede, riassumo anche per lei».

«Eh no, signor Numana», lo interruppe Chepì, «mi faccia una cortesia: non riassuma. Se già ne sa poco, come dichiara, e per giunta riassume, finisce che mi lascia con un bel pugno di mosche, non le pare?»

«Giustissimo», ripartì prontamente l'uomo. «Cercherò, allora, di riferirle ogni dettaglio che, mi auguro, possa tornarle utile. Vediamo. Ecco, sì: tornavo dalla mia consueta pedalata pomeridiana, condotta alla mia solita andatura da passeggio. Sa, quando le condizioni meteorologiche risultano favorevoli o perlomeno non avverse, vado da via Manzoni, dove tengo la bici in un fondaco che mi fa da cantina e da locale di sgombero, fino al parco delle Cascine, fino alla Tomba dell'Indiano; vado a un passo molto tranquillo, sa, alla mia età... a volte mi sorpassano anche i podisti in corsa; però mi piace, mi piace molto. Al ritorno, quasi ogni volta, mi concedo una breve pausa su di una panchina della Fortezza da Basso... Mi permetta di farle un'ingenua confidenza: nelle mie tappe alla Fortezza, mi soffermo sempre in attesa che la fontana osservi la sua immancabile pausa, fatto che si verifica invariabilmente ogni trenta minuti. Ecco: quando tutto quello zampillio si arresta e quel monticello di terra, quello scoglietto, da cui fino a un attimo prima sgorgava l'acqua, rimane là da solo... umido e nudo... vorrei dire umile, secco... inutile, ecco, inutile, allora mi ritrovo a trepidare come un bambino, in attesa che i getti riprendano al più presto, che tornino a modellare quella scultura, una scultura che, essendo d'acqua, capisce, è tremolante, sì, quasi vacillante, eppure, al contempo, è potente, ecco, sì... gloriosa. Un minuto di intervallo ogni mezz'ora: lo sapeva? Come spiegazione, nei miei primi tempi a Firenze, più di quaranta anni fa oramai, provai a fare delle supposizioni, per trovare una ragione a queste pause; formulai l'ipotesi che si trattasse di interruzioni necessarie per ricaricare le pompe o per farle riposare, ma non ho mai approfondito, stranamente, né allora né poi... Chissà. Però, se ci si pensa: quale ingegno, questi giochi d'acqua! Che fantasia! E che determinazione sa dimostrare la razza umana nel perseguirne i sogni, nel realizzarli. Poi, le dirò: ragionavo giusto l'altr'ieri con mia moglie di quelle paperelle o di quei germani che abitano la vasca (e peccato che non vi siano più i bei cigni di una volta)...»

«La prego, la prego», troncò composta Chepì, che a stento si era fin qua trattenuta, in attesa di cogliere qualche spunto di interesse. «è vero che le ho chiesto i dettagli, ma alludevo soltanto a quelli pertinenti. Cerchi di non portarmi troppo in giro, con codesta sua eloquenza; è necessario che ci concentriamo sui fatti attinenti al caso e che tralasciamo il superfluo. D'accordo? Me la fa questa cortesia?»

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