Tasti neri. Pagina bianca.

I racconti brevi sono ciascuno il frutto di una suggestione o di un'emozione o di un fatto al quale assisto. Sono il frutto di una visione, trasferita senza eccessiva mediazione alla scrittura.

Per i testi lunghi, invece, il procedimento creativo è più articolato. Consiste di un atto deliberato di concepimento e una fase complessa di gestazione. La componente fantastica mantiene un ruolo fondamentale, ma la incanalo secondo parametri più stringenti.

La fase dell'invenzione parte con un arcinoto suggerimento di Rodari: il binomio fantastico. Ne lessi su Gianni Rodari, Grammatica della fantasia, Torino 1974, volume regalatomi per il mio ventesimo compleanno dalle maestre della scuola d’infanzia La Pira, di via dei Bruni, a Firenze, con le seguenti parole d’augurio a pagina tre: «Per un plus alla tua creatività».

All’epoca la mia creatività, quantomeno nel dominio della scrittura, era del tutto bloccata. Comunque, all'epoca, lessi il libro.

Trent'anni più tardi, dal binomio collo di bottiglia <---> guanto, è nato il numero zero di Chepì.

La narrazione parte in media res, a omicidio già avvenuto, con l’interrogatorio di Numana da parte di Chepì, e i personaggi, tutti inventati, sono però adattamenti di persone reali, di cui cambio i nomi e distorco un poco le qualità, proprio a partire dal commissario medesimo.

Il binomio della seconda storia, invece, non l'ho ricevuto da due oggetti visti casualmente per la strada: è un binomio pensato, nato dall'accostamento tra due monomi a me familiari: treno e maestra.

Il treno svolge un ruolo importante nella mia vita corrente, per i frequenti spostamenti per lavoro, così come da sempre fa parte dei miei viaggi per necessità o per diletto, fin dai tempi dell’infanzia e dell’adolescenza. L’altro elemento, la maestra, è senz’altro tratto dalla figura di mia madre, che maestra lo è stata per davvero e che per davvero ha mantenuto alcune relazioni, sia pure sporadiche, con taluni suoi allievi.